mercoledì 22 maggio 2013

CATERINA È SEMPRE CON NOI




Avevamo già congedato l’ultima ribattuta del “Corriere della Sera” quando la notte del 27 maggio di venti anni fa arrivò al giornale la prima notizia: “Esplosione agli Uffizi”. Era l’inizio di un incubo: i tentativi di capirne subito qualcosa di più; la telefonata a casa, di là d’Arno, ma a due passi; le voci sullo scoppio di una bombola, i primi sospetti di qualcosa di assai più grave e poi la conferma: “E’ scoppiata una bomba”. Un attentato. Nel cuore di Firenze. Accanto a Palazzo Vecchio, alla Galleria che tutto il mondo conosce e ama, con i suoi capolavori. Com’era possibile? “C’è stato un crollo in un’ala del museo, si temono morti e feriti”. Com’era possibile?


Ero a Milano, eppure mi pareva di essere dall’altra parte del pianeta. Lontano, sgomento, smarrito. Tra me e me dicevo: a Firenze no, nella mia città no, agli Uffizi no. Non mi sembrava neppure concepibile che qualcuno, per qualsiasi motivo, avesse fatto saltare per aria la casa comune di Michelangelo, di Giotto, di Botticelli. Come se la storia dell’umanità e la vita dei templi che ne conservano la bellezza fossero vaccinati contro stoltezza e ferocia. Non mi pareva vero. Invece lo era. Il giorno dopo evitai la tentazione  di salire sul primo treno e lavorai come sempre in via Solferino, nell’ufficio centrale dei capi redattori: ero più utile lì che in via dei Georgofili, dove arrivarono gli inviati speciali. Sul “Corriere” del 28 il titolo a tutta pagina diceva: “Tornano le stragi, morte a Firenze”. E sotto analisi, reportage, interviste. Soprattutto la denuncia agghiacciante del ministro Mancino: “Terrorismo mafioso”. Cosa nostra, a Firenze. Com’era stato possibile?  
L’emozione saliva davanti alle immagini delle distruzioni, dei soccorsi, dei corpi. Massimo Sestini aveva fotografato un vigile del fuoco mentre teneva in collo la piccola Caterina, 50 giorni, la vittima più piccola insieme con la sorellina Nadia, di 9 anni.   Adesso quella foto ce l’abbiamo nella sede del “Corriere Fiorentino”, sul lungarno delle Grazie. Non è la sola. C’è anche la fiaccolata che riempì piazza della Signoria nel primo anniversario di quel giorno indimenticabile. Si vede una grande folla e la si immagina matura e consapevole, soprattutto determinata:  “Mai più”.  E sembra di risentire i rintocchi della campana che dall’alto della torre di Arnolfo, da quella notte,  ricordano  ogni anno i cinque caduti del 1993. Caduti che evocano altre memorie, altre stagioni, altri rintocchi, tutti i morti per mano dei nemici di ogni diritto e della libertà di ciascuno di noi.
All’una e quattro minuti del 27 maggio c’è sempre tanta gente che torna sul luogo della strage per sfilare in un corteo muto che si conclude con le note del “Silenzio”, davanti ai gonfaloni con le autorità e ai labari dei volontari fiorentini, sempre presenti con le loro divise per dire: “Noi ci siamo”. E’ l’Italia migliore, che altre Italie hanno cercato di travolgere. Senza mai riuscirci. Neppure ai Georgofili.

Paolo Ermini
Direttore del Corriere Fiorentino

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